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una porta aperta sulla piazza:
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si esce per amare e servire i fratelli.

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Milano, 17 maggio 2020 – VI Domenica dopo Pasqua


“Sine Dominico non possumus”

È importante dare ad ogni cosa il giusto peso.
Sono settimane che ascoltiamo commenti, leggiamo articoli, sentiamo interviste in cui chiunque ci dice che non è bene celebrare, che occorre aspettare, che non cambia nulla se si prega a casa, che ci sono tante celebrazione in streaming più sicure e più comode, oppure - sul lato opposto -  che celebrare con la mascherina è uno scandalo, che distribuire la comunione con i guanti è una profanazione, che si snatura la Messa…
A volte questi ammonimenti giungono da persone che non ricordano nemmeno se hanno mai partecipato ad una Messa; più amarezza rimane quando vengono da persone che si dicono credenti.
Grazie comunque, grazie davvero per tutti questi consigli.
Di tutto quello che di intelligente abbiamo sentito in queste settimane faremo tesoro, davvero.
Gesù ci ricorda che né su questo monte né in Gerusalemme adoreremo il Padre perché i “veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Sappiamo bene che ogni situazione e ogni luogo è per un cristiano occasione per ringraziare e benedire il Padre. Preghiamo a casa, santifichiamo il tempo e la vita offrendoli al Padre e cercando di viverli nel suo nome.
La verità di questa preghiera personale, nel segreto della propria stanza, non toglie nulla alla consolante promessa di Gesù: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”, un convenire che trova la sua forma più alta nell’obbedire al suo comando “Fate questo in memoria di me”.
Ritornare a celebrare insieme l’Eucaristia è un grande dono e, insieme, una grande responsabilità.
È il dono di lasciare che sia la grazia di Dio a nutrire la nostra vita, che sia il pane del cammino a sostenere il nostro quotidiano impegno per il bene.
È il dono di poterci stringere a Gesù, come il discepolo amato che posa il suo capo sul petto del Maestro. Questo stesso abbraccio sia il porto sicuro e riposante in cui trova riparo la nostra vita.
La responsabilità è quella, anzitutto di mantenere con intelligente prudenza tutte le indicazioni di sicurezza che non mettano a rischio la salute e la vita dei fratelli e la nostra. Queste norme non viviamole come un peso, ma come una forma di attenzione e di carità fraterna. È però anche e soprattutto responsabilità di non rimanere ancorati a forme celebrative troppo ingessate. Poter celebrare l’eucaristia è infinitamente più grande dell’obbligo di una mascherina o dall’affrontare un po’ di fila per entrare in chiesa o del dover tenere le distanze di sicurezza tra noi. È vero, non abbiamo mai celebrato così, ma ciò che celebriamo è infinitamente più grande e più bello di questi temporanei disagi.
Durante la persecuzione di Diocleziano, negli anni 303-304, alcuni cristiani di Abitene, nell’odierna Tunisia, vennero arrestati e condotti per il giudizio. Uno di loro rispose all’inquisitore che chiedeva conto del suo radunarsi per celebrare con i fratelli: “Sine Dominico non possumus”. Non possiamo vivere senza il dominicum, senza il sacrificio del Signore, senza il corpo del Signore, senza celebrare la Pasqua del Signore.
Senza la Pasqua domenicale non possiamo vivere.
Gli atti dei martiri di Abitene continuano poi dicendo:

“Colpito da queste parole, l'avversario diceva a Felice: «Non ti chiedo se tu sei cristiano, ma se hai partecipato all'assemblea o se hai qualche libro delle Scritture.» O stolta e ridicola richiesta del giudice! Gli ha detto: «Non dire se sei cristiano», e poi ha aggiunto: «Dimmi invece se hai partecipato all'assemblea». Come se un cristiano possa essere senza la Pasqua domenicale, o la Pasqua domenicale si possa celebrare senza che ci sia un cristiano! Non lo sai che è la Pasqua domenicale a fare il cristiano e che è il cristiano a fare la Pasqua domenicale, sicché l'uno non può sussistere senza l'altra, e viceversa? Quando senti dire "cristiano", sappi che vi è un'assemblea che celebra il Signore; e quando senti dire "assemblea", sappi che lì c'è il cristiano.”

Viviamo la gioia di ritrovarci insieme a celebrare il gesto d’amore di Gesù, con gratitudine e intelligenza. Lasciamo la Pasqua domenicale ci faccia cristiani.

don Claudio

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